Archive for febbraio, 2012

 

Quei ladri fannulloni dei lavoratori e i loro protettori

Stando a Confindustria e alla Marcegaglia i sindacati difendono quei ladri fannulloni dei lavoratori.  Per questo Emma chiede flessibilità in entrata e in uscita. Il lavoro basta che si pieghi come un giunco, prono al cospetto dei padroni. D’altra parte si pone la questione del credito alle imprese. Le grandi, s’intende, a cominciare dalla banche stesse che pagano il credito all’1% e lo concedono a non meno del 5%, con le dovute eccezioni e fin oltre i limiti dello strozzinaggio: dipende da chi lo chiede. E bene che vada, al netto delle spese un 10% non te lo toglie nessuno. Alla faccia di crescita ed equità. Oltre che di quei fondi UE sottratti al lavoro.

Piccole imprese, artigiani, commercianti, quelli che ancora oggi hanno un rapporto diretto con i lavoratori e il lavoro, che poi so’ lavoratori anch’essi. Operai di sé stessi, madri e pardi di famiglia, ormai sull’orlo del precipizio, molti già andati giù, giovani e adulti strozzati dalla precarietà nel lavoro e nella vita, beh, quelli se la sbattano pure. A loro il credito non serve. Gli può bastare di rovistare tra i rifiuti del mercato. E se proprio lo vogliono – il credito – possono rivolgersi alle banche che, quando lo concedono, li conciano per le feste. Sempre meglio tenerli stretti nella morsa della necessità, ottimo strumento di ricatto. Il credito meglio darlo agli amici speculatori del mercato. Minimo sforzo e massimo risultato.

Chi glielo dice a Confindustria e alla Marcegaglia che il maggior freno allo sviluppo economico delle imprese (italiane ed estere) in Italia non è l’art. 18, ma l’inadeguatezza o la totale mancanza, del reddito e l’inaccessibilità al credito della stragrande maggioranza degli italiani, artigiani, commercianti e operai compresi? Basterebbe, invece, una semplice legge sulla tutela del credito commerciale, viste le difficoltà e i tempi biblici dei contenziosi (una media superiore a un anno, quando si risolvono!), mal comune diffuso, per restituire fiducia e ossigeno, ovvero liquidità, al lavoro e all’impresa, soprattutto la piccola, popolo delle partite iva compreso. Non sarà questo uno dei fattori che scoraggia l’impresa a investire in un paese ad alto rischio commerciale, senza sicurezze e garanzie di legge, dove il raggiro, la truffa e comunque il malcostume nei rapporti commerciali sono perennemente dietro l’angolo indisturbatamente?

La benzina sale, lo spread pure, la disoccupazione non ne parliamo, le tasse peggio che andar di notte, assicurazioni, elettricità, sigarette, Imu, Iva e balzelli d’ogni sorta. Beh, per il resto fate voi. Sale anche il reddito di lorsignori, banchieri, tecnocrati, politici nominati e non, e padroni di ogni sorta. L’abbraccio tra le lobby e la casta. Intanto, mentre Monti obbliga il paese alla più brusca retromarcia dell’era repubblicana, lui va “avanti tutta”, con buona pace di larga parte del parlamento. E così l’ABC della politica (Alfano, Bersani, Casini) si risolve tutto nel inciucio elettorale in attesa del 2013. Zero preferenze e sbarramento di protezione per il sistema consolidato. Alla faccia della rappresentanza democratica e del rinnovamento della politica.

Al tempo dei tecnocrati, sacerdoti del redivivo liberismo in salsa speculativa, pare proprio non ci sia  speranza per la dignità del lavoro e della politica.  In Italia ormai la spuntano le corporazioni, a partire da quelle politiche e a seguire taxi, tir, farmacisti, notai… , come fossimo in un grottesco “ritorno al passato” senza diritti ed equità, in cui regna sovrana la discriminazione e la reiezione, economica e sociale.

giuseppe vinci

A Sanremo Celentano sale in cattedra, per contratto.

Nella sua prima uscita al Festival Celentano silura Avvenire  e Famiglia Cristiana. Sembra salito sul predellino. Dovrebbero chiudere. E così la stampa ne parla a tamburo battente. E non solo la stampa. Il web 2.0, a cominciare da Twitter, è un fiume in piena.

Su venti ore totali di Sanremo ne avrò seguite al massimo Tre, di cui la metà, in differita, sul web. Appartengo a quella categoria di persone che dopo gli anni di gioventù passati a seguire Sanremo, deluso per la qualità scadente delle proposte musicali degli ultimi vent’anni,  il Festival l’aveva archiviato. Tocca ripescarlo, per capire l’Italia. Ne parla Dino Amenduni qui.  

In queste tre ore ci sta pure Celentano. Per una piccola parte. Quanto basta per non condividere l’uscita su Avvenire e Famiglia Cristiana dell’altra sera. Per quanto la loro linea editoriale non è certo di mio gradimento. Giornali che prendano soldi pubblici, per quanto non sono i soli. Una reprimenda che per questo, quantomeno, andrebbe estesa. Quanto basta per dire che, se non fosse per le sue considerazioni fin troppo parziali e approssimative, il filo del suo discorso, anche quello musicale di molto migliorato nella seconda serata, non farebbe una grinza.

Ma una grinza c’è e pure grossa. Il pulpito. Il suo pulpito. E il pulpito è un po’ come il predellino. E si sa, il predellino gioca brutti scherzi. Spesso da alla testa. Peccato che Celentano si rivolge a coloro i quali il predellino, come il pulpito, viene somministrato puntualmente alle feste comandate laiche e non. Sanremo è tra queste. Un predellino di 300 mila euro. Soldi pubblici devoluti in beneficenza, si dirà, ma per un’ora di predica non richiesta. Anche perché le ipocrisie del bel paese e i soprusi, a cui il molleggiato fa riferimento, gli italiani li conoscono fin troppo bene, visto che le pagano a caro prezzo.

E’ vero, i due giornali, come tanti ce ne sono, certo non tutti, prendono soldi pubblici, tanti, troppi se si considera che non disdegnano affatto la pubblicità e i proventi milionari. Eppure la precarietà tra i giornalisti è imperante. Il trattamento riservato a chi scrive è vergognoso e non permette certo un reddito dignitoso.  300 mila euro, spesso, per chi scrive,  sono pari a quasi 30 anni di lavoro precario, mal pagato, senza uno straccio di contratto. Non parliamo poi di chi scrive senza prendere il becco di un quattrino, eppure continua a scrivere.

Dopo le polemiche della prima serata e prima della seconda predica, Celentano va in difesa e dice che non è un qualunquista. Sarà. Ma dire che “i midia (media e non midia, Celentano!) si sono coalizzati contro di me”, cos’è se non qualunquismo? Un po’ come sparare nel mucchio, con il rischio di colpire tanti innocenti che non prendono soldi pubblici, né scrivono su commissione. E così mi ritorna in mente un altro predellino grazie al quale il qualunquismo è stato eretto a modello. Quello sul quale il “tizio” del consiglio, l’editore più potente del paese, affermava che i media (tutti nelle mani dei comunisti) si fossero coalizzati contro di lui.

L’ho detto, il filo del discorso non farebbe una grinza se solo non ci fosse stato un pulpito di 300 mila euro, per giunta senza alcun contraddittorio. E fosse solo quello…  I predellini non hanno mai sortito nulla di buono. E se proprio si deve fare riferimento a Gesù, beh, lui non solo non usava predellini, per di più era alla pari con coloro a i quali si rivolgeva.

E che dire della giustificazione della beneficenza? Non mi pare un buon argomento. E non vi sembri che voglia spaccare il capello in quattro, ma la beneficenza, meglio, il “bene”, a mio modesto parere, per la sua natura essenziale che è universale, non può che essere impersonale e quindi anonimo, raccolto nel silenzio, fuori da ogni sorta di propaganda e da ritorni di immagine che poi si traducono in merce. Mi pare che i grandi saggi o santi che siano, non abbiano insegnato altro. I mercanti, in genere, stanno fuori dal tempio. Questione di tempi e luoghi appropriati.

giuseppe vinci

 

 

Neve - Maurizio Nicosia - Ravenna febbraio 2012

Dopo neve e ghiaccio un complotto per distrarre il paese dalle manovre targate Bce

Le proteste di Taxi e Tir hanno fermato il paese per quasi 15 giorni. E così decine di milioni di PIL sono andati in fumo. L’economia ha rallentato ulteriormente rispetto al tarlo della crisi che continua a scavare, profondamente. Ma nonostante le contraddizioni e le infiltrazioni (mafiose), la mobilitazione  dei “forconi” rischiava di risvegliare gli italiani dal torpore politico. Rischiava, certo. Perché nonostante liberalizzazioni selvagge e prezzo dei carburanti da una parte, il PIL dall’altra,  gli italiani, come al solito sono divisi e non sapendo quale indirizzo prendere il paese è  entrato come in un loop perpetuo. L’ennesimo. Il parlamento, invece, ha scelto senza scegliere, preferendo di assecondare le imposizioni della Bce.

A convincere tutti, coscienti e incoscienti, c’ha pensato il “burocrate del consiglio”, il “tecnico” di fiducia della banca globale.  Il degno sostituto dei “tizi del consiglio” che l’hanno preceduto. A scanso di equivoci e rischi di risveglio, per evitare il progressivo intensificarsi dello scontento generalizzato, che avrebbe potuto infiammare il paese, vista la crisi sistemica che non lascia nulla al caso, il “grande freddo” è arrivato in soccorso di un governo che sotto le mentite spoglie tecniche, si dimostra tanto “acuto” quanto “politico” da fare invidia a destra e a manca, producendo politiche di chiaro segno liberista. Quel liberismo che è stato causa e male allo stesso tempo. Come dire che per curare il male val bene la causa. Cura omeopatica a dosi massicce. Il loop è perpetuo.

Ed eccoli, lì, tutti insieme appassionatamente, destra e sinistra(?), tutti intenti a recuperare un ipocrita unità nazionale a suon di austere manovre. Un’ammucchiata incapace di cogliere e trasmettere al paese il benché minimo senso della crisi, la quale, prima di essere economica è crisi dei costumi, corrotti fino al midollo, logori, come fossero irrecuperabili e quindi da reinventare. Ma in una simile condizione non dovrebbe esserci altra via che decostruire prima di ricostruire? Non fosse altro che per evitare di costruire mere illusioni, l’ennesime, con i cocci di un sistema ormai logoro.

Arriva la neve, e il giaccio. L’Italia è sotto zero. E si ferma ancora una volta. E giù ancora con il PIL. Ma questa volta non per mano umana, o quantomeno non grazie al risveglio delle coscienze. Anzi, ill freddo e il gelo, paradossalmente, le coscienze le costringono alla sopravvivenza, allontanandole dall’emergenza strutturale. Tutti chiusi in casa al riparo dal grande freddo. Mentre si parla di neve – da 15 giorni i media non fanno altro – ci si dimentica di quello che accade in parlamento, con l’accondiscendenza pressoché totale di tutto l’arco parlamentare, eccetto poche isolate e a volte strumentali eccezioni.

Finiti gli scioperi, dimenticati, rimossi dalla coscienza. C’è la neve.  E non fa nulla se la perturbazione che volteggia fissa sull’Italia come un avvoltoio insidioso sia frutto di operazioni di “aereosol clandestine” messe a punto per mezzo di “scie chimiche” cariche di soluzioni igroscopiche che velano il cielo e abbassano le temperature. Nevica, gli italiani hanno ben altro a cui pensare. C’è la neve e c’è Alemanno con la vanga, in tenuta alpina a intrattenere l’Italia televisiva.  Eppure i prezzi al consumo dei beni primari continuano a salire inesorabilmente. La povertà affonda le sue radici. E la povertà non è solo economica, è anche e innanzitutto povertà delle coscienze. La politica tace, tutta presa com’è dalla sue prone dinamiche intorno al primo ministro banchiere. Tacciono gli italiani stretti dal freddo, mentre Monti sta per diventare santo. S’è pure beccato la beatificazione di Obama!

E mentre il gelo sta per allentare la sua morsa (forse), è già bell’e pronta un’altra farsa tutta italiana, cattolica e vaticana.  La trama racconta di un complotto al papa. Quel che è peggio è che la solfa questa volta viene da Il Fatto Quotidiano, quelli che si propongono come l’anticasta. Pensa tu! Intanto tutti i media ne parlano. La trama prende piede e con essa la distrazione di massa. L’ennesima.

Ci si dimentica, meglio, si evitano le sollecitazioni, rimuovendo dall’attenzione pubblica la realtà di milioni di famiglie italiane che ormai si affacciano al baratro della povertà. Del disagio sociale e culturale che ci emargina sempre più, che ci rende simili a bestie remissive. Dei soprusi operati da questa classe politica, inetta e infetta, corrotta e mafiosa che, dopo aver distrutto il nostro paese lo ha svenduto ai peggiori tecnocrati che siano mai esistiti, quelli che alimentano e sostengono la dittatura della finanza globalizzata che si è sostituita alla politica con il bene placido della politica stessa.

Ci si dimentica di quello che accade ai nostri fratelli greci, che della minaccia di default se ne fottono, anche perché i greci vivono già come se fossero peggio che falliti, reietti, diseredati, senza più alcuna speranza, alla canna del gas. A loro non bastano la dignità e suoi i sussulti, gli scioperi, le proteste, gli scontri, i black block. La Grecia è paralizzata. “Basta con la dittatura del monopolio dell’Europa”. E’ lo striscione che oggi campeggia sull’Acropoli di Atene, mentre la città è a ferro e fuoco. E mentre la Grecia non si arrende, l’Italia è già bella e cotta.

giuseppe vinci

Pubblicato su: http://thenewdeal.it/rubriche/sick/item/1874-la-neve-il-complotto-e-la-distrazione-di-massa

Francia e Germania, sciacalli d’Europa?

La Grecia è ancora una volta a un passo dal fallimento finanziario, è già a livelli da terzo mondo e si muore di fame.  Il parlamento greco intanto, difronte al paese ormai in ginocchio, ha votato un “no” secco all’ennesima richiesta di sacrifici da parte della UE.

Francia e Germania frenano, prendono tempo, non vogliono che fallisca e spingono per gli ennesimi aiuti. Merkel e Sarkozy in una intervista congiunta dichiarano: “Noi ci rifiutiamo di riconoscere il fallimento della Grecia, non possiamo accettarlo”. Allo stesso tempo la UE, ammonisce: “La Grecia ha già superato la data limite che la Ue le aveva dato: un ritardo che non si può ignorare”. Il bastone europeo e la carota franco-tedesca.

Buona parte del debito sovrano greco è nelle mani di Francia e Germania e se la Grecia fallisce finiscono nei guai seri e con loro buona parte dell’Europa. Dunque ricattano l’UE e gli stati membri, prolungano l’agonia greca, cercando di consolidare il loro capitale e ridurre così la loro esposizione verso le banche greche, per poi vendere alla BCE i bond del debito greco.

Così la Grecia potrà fallire con il bene placido dei suoi strozzini, i banchieri della finanza globale, asserragliati nel ventre della democrazia più antica del mondo.

Insomma, Francia e Germania, così facendo, in realtà la Grecia non la vogliono salvare, ma farla fallire miseramente per poi comprarsela pezzo dopo pezzo, isole e beni culturali per primi. Del resto c’hanno provato anche con l’Italia, e non è detto che non ci provino ancora.

Questa è l’Europa dei banchieri e dei tecnocrati, l’Europa del debito sovrano, un vero e proprio cavallo di Troia pronto a fare brandelli della sovranità dei popoli europei. Questa è l’Europa di cui vorremmo farne a meno preferendo all’Europa degli sciacalli quella dei popoli sovrani.

Verrebbe da pensare che avevano visto bene gli inglesi restando fuori da un’Europa così.

giuseppe vinci

Lello Di Bari

Video lettera per il consuntivo 2011 del sindaco Di Bari

Sul finire del 2011, nel tirare le somme dell’anno, il sindaco di Fasano si affida alla video lettera. A sentire l’intervento disponibile sul web, le opere pubbliche messe in atto nel 2011 sono la testimonianza di “un bilancio estremamente positivo” per la città.

L’attività della giunta si è concentrata essenzialmente nella realizzazione di opere finanziate da Area Vasta e Regione Puglia, interessando i borghi di Savelletri e Torre Canne. Lavori che hanno trascurato aree intermedie, come Forcatella, che, in assenza di un piano costa sono preda di ogni sorta di abuso. I termini per la presentazione del Piano Costa – 60 giorni a partire dal 26 ottobre, concessi dalla regione – volgono a scadenza e per la costa fasanese il rischio è il commissariamento da parte degli organismi regionali. Dimenticate le zone collinari, tra strade impraticabili e servizi precari come la raccolta rifiuti. Diverse le contrade invase dai rifiuti, tossici e pericolosi.

Che Savelletri avesse bisogno di interventi strutturali al porto, dopo quelli apportati al borgo, che Torre Canne meritasse altri e tanti interventi è fuori di dubbio. Il porto di Savelletri necessita da tempo di essere dragato. Basta una mareggiata a costringere i pescherecci in porto o al rientro difficoltoso per il fondale impraticabile. I verricelli non sempre riescono a recuperare i pescherecci incagliati alla fonda, costretti all’intervento di mezzi ben più potenti e costosi per il recupero.

Intanto, con la variante del nuovo molo, l’imponente braccio di cemento armato che è in opera, Savelletri vedrà sottrarsi la bellezza del mare lungo l’orizzonte sul quale si staglia la costa fino a Torre Canne e oltre.

Il mondo della pesca è in subbuglio. Da oltre un anno contesta un opera che metterebbe in ginocchio e per lungo tempo l’intero comparto. Mentre un molo in pietra può essere realizzato e rimosso pezzo per pezzo, il cemento armato necessita di interventi dirompenti. Difficilmente il nuovo molo eviterà danni all’ambiente marino. Le due località sono rinnovate e stravolte allo stesso tempo, spogliate dalla caratteristica tipica di un borgo marinaro del mediterraneo, trasformate in località turistiche dall’aspetto e dai toni piuttosto grigi, nonostante la scelta dei materiali.

Già due volte i lavori del nuovo molo sono stati interrotti dalla Capitaneria di Porto per disguidi burocratici e in seguito alle proteste del “Comitato per la tutela del borgo di Savelletri”. Pochi giorni fa, l’intervento della Soprintendenza dei Beni Archeologici, in seguito a un esposto in cui si denuncia la presenza di un relitto e di reperti risalenti al V sec. a.C., ha bloccato ancora una volta i lavori.

Il bilancio tracciato pare non tener conto del malcontento generalizzato e del disagio sociale che interessa la città. Il 2011 ha registrato due omicidi, l’impennata di furti e rapine con pestaggi e ostaggi di intere famiglie, non pochi casi di intolleranza. L’episodio dei primi di dicembre occorso agli ospiti adolescenti extracomunitari dell’istituto Canonico Latorre è l’ultimo tra i tanti.

I dati sull’occupazione basterebbero a comprendere una realtà che sfugge al sindaco. Tra le donne, nella fascia – quella più in crisi – da 45 a 55 anni, il 25% è senza lavoro. Circa 3500 donne, su una popolazione femminile di 13500 unità. Non meno gravi i numeri tra gli uomini con il 19% di disoccupati nella fascia di età da 45 a 55. Più di 2500 uomini, per lo più padri di famiglia a spasso. Incrociando i dati appare chiaro che, su una popolazione attiva (abili al lavoro) di 26800 unità e su una popolazione totale di circa 39000 abitanti, un quarto delle famiglie arranca dovendo campare alla giornata o di espedienti. In assenza di iniziative volte a risollevare l’economia locale e le sorti del lavoro, rarefatte sono le prospettive future. Ci si affida all’illusione di un impiego stagionale e precario, a meno di 1000 euro mensili a far fronte a ritmi di lavoro ben oltre le otto ore.

giuseppe vinci

Pubblicato su Largo Bellavista gennaio 2012 – anno 6 – n. 56

Monti sulla Luna

Mario Monti

«Tutte le cose che stiamo cercando di fare sono operazioni di creazione di consapevolezza, perché il mondo non è più quello che era dieci anni fa. I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. Del resto, diciamo la verità, che monotonia, un posto fisso per tutta la vita».                             Mario Monti a Matrix 01.02.2012

Monotonia e consapevolezza

Mario Monti vive sulla luna. Si, sul “monte della luna”. Quello su cui si perde il contatto con la realtà. Il “monte della luna”, del resto, in tutti i miti e nella simbologia archetipale rappresenta l’immaginazione, il sogno, l’inconscio, l’indecisione, l’incostanza. Insomma la precarietà.

Il posto fisso non esiste più da un ventennio. E questo i giovani, ma anche i meno giovani, lo sanno bene, fin troppo, visto che la precarietà grava sulla loro pelle. Sulla nostra. I numeri non mentono, un giovane su tre è senza lavoro. Certo, il mondo non è più lo stesso di 10 anni fa. Ma forse Monti non se né accorto, i giovani si, purtroppo.

Quello di cui Monti deve farsi una ragione è che, non tanto il posto fisso è necessario per risollevare le sorti dell’Italia, quanto un reddito, un reddito stabile. Senza un reddito, stabile, s’intende, non solo il lavoro ma tutta l’esistenza si traduce in precarietà, in non-esistenza, arretratezza, sofferenza e disperazione. Una monotonia che è un cortocircuito. Si spegne la luce e si finisce tutti sulla luna, a sognare, sogni acidi. Ne riparleremo tra qualche mese, quando le manovre lunari produrranno i loro effetti.

Monti, scenda dalla luna e ritorni sulla terra, fra gli umani! Dimostri, lui per primo, di essere maturo e responsabile, dia l’esempio all’Italia e agli italiani. Vada in pensione! Questa si, sarebbe un’operazione di consapevolezza. E dopo un ventennio d’incoscienza si ritorni a far politica.

A Matrix senza il benché minimo contraddittorio, Monti sembra la replica sobria di B., tutto titoli e propaganda. Che monotonia!

giuseppe vinci